Detiene un record di goal in Svizzera: la 28enne Ana-Maria Crnogorčević di Thun è attaccante della nazionale femminile di calcio e gioca in una lega professionistica di calcio degli Stati Uniti. Il suo sogno: stadi pieni e pari opportunità.

Come hai scoperto il calcio?
Tramite mio padre, pure giocatore in una piccola lega. Lo accompagnavo sempre il sabato e giocavo sul campicello accanto. E poi nel quartiere, naturalmente, stavamo fuori e giocavamo con i ragazzi fino a tarda sera.

Quando è risultato chiaro che volevi dedicarti al calcio professionalmente?
Per molto tempo il calcio femminile non mi ha interessato per niente. Giocavo con i ragazzi e, se fosse stato per me, avrei continuato. Ma avevo 14 anni ed era chiaro che dovevo passare a una squadra femminile. Il primo anno è stata dura e ho dovuto abituarmi alla nuova situazione. A 18 anni ho ricevuto un’offerta della Bundesliga di Amburgo; ho accettato spontaneamente ed eccomi nel ruolo di giocatrice professionista.

«Non è uno sport per ragazze»: Ana-Maria Crnogorčević nella videointervista (Riprese: Keystone/Alessandro della Valle)

Vuol dire che da quando hai 18 anni hai puntato tutto sul calcio?
Ho sempre giocato, ma parallelamente ho fatto anche una formazione. Non solo per soddisfare i miei genitori, ma perché anch’io trovo che la scuola sia importante e formi il carattere. E poi ero sempre conscia che basta un infortunio per dover dire addio alla carriera sportiva.

uale formazione hai seguito?
Ho fatto un apprendistato commerciale. È stata dura, chiaramente. A 18 anni mi alzavo alle 06.00, andavo a scuola poi subito passavo agli allenamenti. Quando tornavo a casa, trovavo il frigorifero vuoto e la biancheria di lavare. Dovevo sbrigare tutto da sola.

Oggi giochi negli Stati Uniti. Come ti trovi lì?
Benissimo! Avrei dovuto andare prima in America. Portland è una squadra straordinaria; alle partite in casa assistono oltre 18 000 spettatori. Questo mi rende felice. È interessante anche come lo stile di gioco sia completamente differente.

In che senso?
È un modo di giocare più duro e fisico. All’inizio mi sentivo al limite delle forze, anche perché giochiamo anche quando fa più di 40 gradi e con un’umidità del 95 percento. Date le distanze, trascorriamo anche molto tempo in aereo.

SCHWEIZ

Ana-Maria Crnogorčević, classe 1990, nata a Steffisburg BE, è una giocatrice di calcio svizzero-croata. È attaccante e difensore e gioca nella squadra Portland Thorns, USA, e per la nazionale svizzera, dove dal 2016 detiene il record di goal.

Il calcio femminile gode di una maggiore considerazione negli Stati Uniti?
Assolutamente, sì. Alcune giocatrici della nazionale sono delle star e hanno contratti pubblicitari con imprese del calibro di Coca Cola o Nike. L’America ha un ruolo precursore. In Svizzera spesso si dice che non rende investire nel calcio femminile. Quello che vale per qualsiasi impresa vale anche per la nostra disciplina: per ottenere successo bisogna investire. Nel nostro caso, varrebbe sicuramente la pena investire nel calcio femminile.

Ci sono stati anche momenti difficili nella tua vita professionale?
Quando ero a Francoforte non andavo a genio a un allenatore, che mi lasciava in panchina. Sono momenti in cui ci si chiede cosa fare. Anche oggi, dopo dieci anni di carriera professionale, mi capita di chiedermi per quanto tempo ancora voglio essere sempre in giro e per quanto il fisico può resistere a questi sforzi. Ma è un pensiero fugace e già passo con entusiasmo al prossimo allenamento. Per ora non ho intenzione di smettere. Ma quando sarà il momento, mi cimenterò con una nuova carriera.

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Dal 2004 Swiss Life è orgogliosa partner dell’Associazione svizzera di football. La partnership con l’ASF è stata prolungata fino alla fase finale dei Campionati europei del 2020. L’impegno comprende le nazionali maschili (Nazionale A, squadre giovanili dall’U-21 all’U-15) e le nazionali femminili (Nazionale A, dall’U-20 all’U-16).

Hai già dei progetti?
Posso bene immaginarmi di restare in ambito sportivo, per cui ho seguito una formazione a distanza in gestione dello sport. Magari farò un diploma di allenatore. Se fossi allenatrice avrei un po’ lo stile di Jürgen Klopp, troppo severo ed emozionale, ma mi piacerebbe tentare. Mi ha anche sempre interessato fare la scuola di polizia; potrebbe essere un’idea.

Cosa significa, per te, vivere in piena libertà di scelta?
I diritti delle donne hanno per me una grande importanza. Per quale motivi uomini e donne non dovrebbero essere trattati in modo equo e avere pari opportunità? A cominciare dalla formazione: ognuno dovrebbe fare ciò che più gli è congeniale, senza dover soddisfare le aspettative degli altri. Tutti devono poter diventare portinario o medico, che siano uomini o donne e anche indipendentemente dalle origini.

Foto: Keystone/Gaëtan Bally
Riprese: Keystone/Alessandro della Valle

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